Tony Gentile

Il funerale di Nanà

 

 

“Che cosa è la fotografia se non verità momentanea, verità di un momento che contraddice altre verità di altri momenti?“ Leonardo Sciascia.

 

 

 

Era il 1989 e da pochissimo tempo avevo cominciato a fare questa professione. Una professione che allora, 30 anni fa, non avrei mai immaginato di poter esercitare per così tanto tempo e a certi livelli.

Una delle prime storie grosse che mi trovai a raccontare fu proprio il funerale di Leonardo Sciascia, lo ricordo come se fosse ieri, rivedo le facce dei compaesani di Nanà, come lo chiamavano gli amici. Tutti presenti, dagli anziani del circolo degli Zolfatari ai bambini delle scuole elementari dove lui stesso era stato maestro. I nonni e i nipoti, gli studenti e i professori, gli amici e forse anche i nemici. Un lungo corteo silenzioso che attraversava le strade di Racalmuto, dalla chiesa di S. Maria del Monte al cimitero. La gente era appollaiata ad ogni angolo, arrampicata sui muri ricoperti dai manifesti a lutto e con il ritratto dello scrittore.

Il feretro, preceduto dall’arciprete monsignor Puma anche lui caro amico del maestro Sciascia, era portato a spalla  dagli amici più intimi. Tra questi uno in particolare mi aveva colpito, per la sua commozione, doveva essere veramente un suo carissimo amico.  “Eppure quel signore l’ho già visto” pensavo “ha un viso conosciuto ma non ricordo bene” C’era tanta gente troppa confusione. Poi ad un tratto mi ricordai dove l’avevo visto. “Ho visto delle interviste in tv ma soprattutto ho visto le sue fotografie e con quelle foto ci sono anche cresciuto”. Ma sì, era lui, era Ferdinando Scianna, il fotografo che per tantissimi fotoreporter siciliani, e non solo, è stato un punto di riferimento. Proprio lui. Quella è stata la prima volta che ho visto di persona Scianna e poi da quel triste giorno mai più incontrato, mai più cercato, anche se avevo una foto che avrei voluto regalargli ma non ho mai avuto il coraggio di dargliela. Quella fotografia raccontava un momento troppo triste sicuramente per lui e la mia riservatezza non mi consentiva di avvicinarlo per parlargli di quell’immagine e di quel giorno.

Ci son voluti 25 anni perché lo incontrassi personalmente, precisamente nel 2015 a Firenze per regalargli una copia del mio libro appena pubblicato. Anche questa volta ero emozionatissimo e mi tremava la mano al punto che la piccola dedica con firma che apposi sul libro somigliava di più ad un elettrocardiogramma. Da quel giorno ci siamo incontrati più volte, ha partecipato alla presentazione del mio libro, abbiamo fatto un talk e una mostra insieme e tra noi si è instaurato un rapporto molto simpatico basato su una naturale stima reciproca. Ma ancora oggi quella foto sta nel mio archivio, se ci riesco un giorno gliela regalerò.

 

funerale sciascia

 

 

 

Mostra Siracusa

Siracusa – Fototeca Siracusana

8 -19 ottobre  2019

 

 

 

Mostra Siracusa

Mostra Alfedena

Alfedena AQ

Fondaci Palazzo De Amicis

27 luglio 1 settembre 2019

 

Godranopoli

 

Godranopoli

Museo Etnoantropologico di Godrano

Fotografie di Tony Gentile  –  testi di Francesco Carbone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agrigento non solo templi

 

 

Agrigento non solo templi

fotografie di Tony Gentile   –   testi di Biagio Alessi

Itinerari artistici della Provincia di Agrigento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la guerra – una storia siciliana

la guerra – una storia siciliana

Fotografie di Tony Gentile con un racconto di Davide Enia

A cura di Giuseppe Prode

 

 

Fotografia e Memoria, queste le colonne portanti del libro. Reportage di Tony Gentile, che racconta il quotidiano di una città, Palermo e di un’isola piena di contraddizioni: vita di strada, politica, omicidi, fino alla testimonianza diretta e inconsapevole di una guerra non dichiarata. Ma anche di una vita che scorre colta nei momenti più diversi, intimi e divertenti.

In parallelo alle fotografie di Tony Gentile, un racconto di Davide Enia accompagna – passo dopo passo – lo scorrere di una città e dei suoi abitanti che dal 1989 al 1996 hanno vissuto una realtà di sconvolgimenti politici, di violenza e di stragi mafiose, ma anche di reazione e rabbia della società civile e dello Stato contro la straripante violenza. I fotogrammi, messi insieme uno dopo l’altro a distanza di 25 anni, ricostruiscono un piccolo frammento di storia del nostro Paese.

Fotografia e Memoria in questo libro permetteranno alle nuove generazioni di conoscere attraverso questo racconto, fatti e        personaggi dei quali forse non si ha più ricordo e la cui conoscenza dovrebbe essere corredo fondamentale per un giovane e la sua crescita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edizione Italiana                                                                           Copertina bianca                                                                          Edizione Inglese

 

 

 

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Foto singola Vergine Maria

 

 

 

 

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Traces of migrants’ unfinished journeys

 

 

 

 

 

Sandy and grimy, the watches, cell phones, family photos, $100 bills, and passports from Pakistan, Syria and Sudan are the tattered possessions of migrants who died at sea.

Italian homicide police removed the items from the corpses of about 90 men, women and infants who perished aboard three different boats this summer.

They preserved the personal effects – a beaded necklace, religious items both Christian and Muslim, a wedding picture, an Istanbul bus pass – as potential evidence to use in court against their smugglers, and to identify the corpses.

“We treat these cases as murder cases,” said Giovanni Drago, a longtime member of Palermo’s homicide squad, which gave Reuters permission to photograph the possessions.

They offer a glimpse into the lives of a few of the 3,500 people who have died this year crossing the Mediterranean, desperate to reach Europe.

Many of the corpses brought to Palermo had been removed from below the deck of a wooden fishing boat. Jammed together next to the motor, the migrants suffocated, autopsies revealed.

The Africa-Italy route is the deadliest, recording more than 80 percent of the total Mediterranean migrant deaths in 2015. Italy has taken in more than 140,000 people amid the biggest immigration crisis Europe has seen since World War Two.

Escaping war, persecution or severe poverty, migrants pay from $1,200 to $1,600 to smugglers, according to Sicilian prosecutors, in a gamble to reach Europe in unseaworthy boats overloaded to maximise profit.

After Greek officials said one of the Paris suicide bombers arrived on a migrant boat from Turkey, an increasing number of European Union countries have balked at taking in more asylum seekers, and some 25 U.S. governors have vowed to resist hosting Syrian refugees.

But Italian authorities said that the sea route probably is too risky for well-funded and organised Islamist groups who want to efficiently sneak militants into Europe. And Italian police, who speak to survivors during their investigations, said the migrants they have met are regular people, not extremists.

“They are simply people in search of a better life. They are just like us. They have the same desires and needs.”Giovanni Drago

 

 

Alpha Sesay, a 36-year-old man born in Sierra Leone, and his two-year-old daughter Prosperin survived a crossing in July, but his 30-year-old wife, Amanda, died.

They were fleeing Tripoli, Libya, where he had lived for almost six years, after he said he was stabbed in the chest in his home for being a Christian.

“I left Libya because I had nowhere to go. My home was not safe,” Sesay said.

He described how he was crammed by smugglers onto an overloaded rubber boat which began to deflate and take on water after about nine hours at sea. In charge of the vessel were two men, a Gambian and a Senegalese.

“They beat people inside the boat because…some people were standing up,” out of fear, Sesay said.

When a rescue vessel arrived it was too late for his wife, who Sesay found lying dead. She had been beaten by the two men, he said. Several others died on the same boat, including Sesay’s adult niece.

 

 

The Gambian and Senegalese men were arrested and charged with international people smuggling and murder. If convicted they face more than 20 years in prison.

Before her body was taken away, Sesay removed a bracelet he wore and put it on his wife’s wrist. A few days later, Palermo police found, photographed and catalogued it for evidence.

“Jesus Loves Me,” the bracelet read.

Sesay, who has asked for asylum in Italy and is living in quarters provided by the Catholic Church in Palermo, now is both “the mother and the father” of his young daughter.

“I’m looking for any kind of job I can find to support this baby,” he said. “She is too young to suffer like this. Sometimes she asks me, ‘Where is my mother?’ I just cry.”

 

By Steve Scherer

 

 

 

 

No selfie. Autoritratti

 

Inviteresti mai degli amici a cena senza avere mai provato a cucinare il piatto da servire? Proporresti a qualcuno qualcosa senza averla mai provata sulla tua pelle?

Non conviene, troppi rischi. Devi provare prima di tutto su te stesso le cose cui vorresti sottoporre gli altri.

Credo che la stessa regola debba essere applicata in fotografia e in particolare quando si fotografano le persone. Una sessione di ritratto è una cosa abbastanza complicata sia per il fotografo che per il soggetto.

E se anche il fotografo è particolarmente bravo a realizzare ritratti e a relazionarsi con il soggetto non è detto che quest’ultimo sia altrettanto capace. A volte è timido, riservato, non si piace, non si trova affatto a proprio agio davanti alla macchina fotografica o sotto una potente raffica di flash. E questo spesso noi fotografi non lo consideriamo, diamo tutto per scontato.

Bene, è a questo punto che subentra quella specie di esercizio o di analisi che ci porta a provare sulla nostra pelle quello cui vorremmo sottoporre gli altri. Quindi trovarsi di fronte ad un obiettivo, davanti al quale non sai come metterti, non sai dove guardare, non sai come provare ad essere te stesso che è la cosa più importante e difficile per un ritrattista, cercare di carpire l’anima del soggetto. Anche se in quel momento, in quei pochi minuti in cui il soggetto posa davanti ad un fotografo difficilmente sarà se stesso, perché troppo condizionato da tanti fattori esterni.

Ecco, è proprio per questo che, secondo me, un buon esercizio può essere quello dell’autoritratto. Attenzione, ho detto autoritratto non selfie. Capisco che molti giovani potrebbero non comprendere questa parola o pensare che siano la stessa cosa. Niente affatto si tratta di due operazioni completamente diverse. Con l’autoritratto ci si pone davanti all’obiettivo con uno spirito differente, puoi usare un treppiedi, un flash, una luce naturale e altre infinite variabili che ne fanno un’operazione più riflessiva e ragionata di un semplice e veloce selfie.

Per questo motivo ho provato ad autoritrarmi, per cercare di comprendere quanto più possibile il disagio di chi si vede puntare addosso una macchina fotografica e un flash.

 

 

 

O l’acciaio o la vita, devi scegliere

 

 

Il quartiere Tamburi di Taranto April  2018. © Tony Gentile

 

Poco più di un anno fa ho avuto modo di conoscere una persona speciale. L’occasione era molto particolare, non di quelle proprio gioiose.

Volevo parlare del grande dubbio esistenziale tra lavoro e salute. Tra il bisogno di curare i propri figli e non poter rinunciare al tuo lavoro, quel lavoro che forse è proprio la causa delle malattie.

Volevo parlare di Taranto, dell’incredibile numero di persone che da anni si ammalano e muoiono in quel territorio avvelenato da una industrializzazione selvaggia,  per il lavoro.

Per questo ero entrato in contatto con una famiglia speciale, la famiglia di Donato Vaccaro e Milena Cinto, i due fantastici genitori di Francesco.

Francesco era affetto da una malattia rara che lo obbligava a vivere attaccato alla bombola dell’ossigeno e soprattutto lo portava a subire numerosi ricoveri per interventi chirurgici o trattamenti sanitari estenuanti.

Francesco era però sempre sorridente, sempre positivo, con mille progetti, mille attività, tantissimi amici che gli stavano vicino nel quartiere Tamburi di Taranto.

Donato, suo padre, operaio all’ILVA, come tanti abitanti di Tamburi convive con la tristissima realtà di un’inquinamento che probabilmente è  la causa della malattia di suo figlio.

Ma l’ILVA è anche la fonte di sostentamento per la famiglia Vaccaro, è lo stipendio che gli consente di pagare le medicine, di pagare i viaggi della speranza in giro per gli ospedali di mezza Italia.

Per Donato e la sua famiglia il dilemma è angosciante “O l’acciaio o la vita, devi scegliere”.  Non è giusto vivere così.

Oggi ho ricevuto la tristissima notizia che Francesco è morto dopo un ennesimo ricovero in ospedale. Non è giusto.

Francesco era adorato da Donato, Milena e da suo fratello Salvatore, mi sono bastati un paio di giorni vissuti con loro per capirlo. Era una forza della natura e dava coraggio a tutti.

Era appassionatissimo di fotografia e in quei giorni qualcuna l’ha fatta anche lui a me.

Ciao Francesco, ti ricorderò sempre con grande affetto.

 

 

Io non c’ero, però…

 

 

Chi non ha mai immaginato, ad esempio visitando il Colosseo, di tornare indietro nel passato, di partecipare ad uno spettacolo di gladiatori. Chi calpestando le rovine dell’antica Roma non ha mai pensato che su quelle pietre hanno posato i loro piedi personaggi come Giulio Cesare o Nerone. La stessa sensazione può ripetersi per tantissimi altri luoghi o eventi legati alla storia del mondo e del nostro passato e a me succede spesso

In più da fotografo, giornalista e documentarista ho sempre avuto il desiderio di coprire determinate storie per poter dire “io c’ero, io ho visto in prima persona, ho ascoltato e posso essere testimone vero di quel fatto”.

Allo stesso modo, a volte, ho immaginato di potermi trovare in luoghi dove sarebbe stato impossibile essere pensando a quale reazione avrei potuto avere.

Uno di questi luoghi mitici per me è rappresentato dalle spiaggie della Normandia su cui all’alba del 6 giugno 1944 ebbe inizio la più grande offensiva militare della storia per iniziare la liberazione dell’Europa dalla Germania nazista. Quel giorno è rimasto particolarmente memorabile anche grazie ad una fotografia del mito dei miti, Robert Capa.

 

FRANCE. Normandy. June 6th, 1944. Landing of the American troops on Omaha Beach.     © Robert Capa

 

A volte però puoi giocare a fare un salto nel passato e per questo ti vengono in aiuto le rievocazioni storiche, ricostruzioni di battaglie o importanti fatti storici messi in atto da gruppi di amanti del passato, specializzati nell’inscenare con dovizia di particolari e molta passione le vicende più importanti della nostra storia con l’intento di mantenerne viva la memoria.

Robert Capa però prima di arrivare in Normandia era già sbarcato con gli alleati in Sicilia e poi ad Anzio e proprio nella cittadina Laziale da anni ricordano quel 22 Gennaio del 1944 in cui gli alleati Anglo-Americani arrivarono sulle loro spiaggie per aprire quella strada che, con non poche difficoltà,  li avrebbe portati a liberare Roma.

Proprio sulla spiaggia tra Anzio e Nettuno, durante una delle ricostruzioni storiche che da anni si ripetono, ho provato a rivivere anche io il ruolo del fotografo più noto, e forse anche discusso, del mondo.

Chiaramente era solo un gioco o un modo per rendere omaggio ad un uomo che ha messo avanti a tutto, anche alla sua vita, il dovere di raccontare, di far vedere ciò che il mondo deve vedere e spesso si rifiuta di vedere.

Queste poche foto sono il mio personale ringraziamento e omaggio a Endre Ernő Friedmann, al secolo Robert Capa, che per  l’amore per la fotografia morì il 25 maggio del 1954 durante la prima guerra d’Indocina esplodendo su una mina.

 

 

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Catacombe Cappuccini Palermo

 

 

 

 

 

Fare i conti con la morte è il destino ineluttabile di tutti noi e a Palermo sembra che questo dovere naturale sia ancora più potente che in altri posti al mondo.

Tra la fine del 1500 e il 1800 centinaia di persone appartenenti prevalentemente a ceti sociali agiati furono seppellite, dopo avere subito speciali trattamenti di mummificazione, nelle catacombe dei frati Cappuccini di Palermo.

Dal frate Silvestro da Gubbio, il primo ad esservi sepolto nel 1599, a Rosalia Lombardo la bambina morta di polmonite nel 1920 quando non aveva ancora compiuto 2 anni.

Ancora oggi le Catacombe dei Cappuccini, nonostante l’attuale degrado in cui versano, rappresentano un luogo suggestivo, misterioso e affascinante dove il macabro si mischia alla memoria.

Oltre ottomila scheletri e corpi mummificati ci consentono di osservare da vicino un pezzo importante del nostro passato e perchè no anche il nostro futuro rivelandoci la caducità della vita.

 

 

 

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