Tony Gentile

PHOTOGRAPHS LIVES MATTER

 

“Photographs lives matter – la vita delle fotografie è importante” e lo è veramente per la memoria delle nostre singole vite e dell’intera umanità e proprio per questo la fotografia meriterebbe il giusto riconoscimento e la corretta protezione.

La stesura dell’attuale Legge sul diritto d’autore, datata 1941, prevede per la fotografia la suddivisione in due differenti categorie: le “semplici fotografie” e le “immagini creative”. Nello specifico, per molti giudici che si trovano a giudicare su contenziosi portati avanti dai fotografi, tutte le fotografie giornalistiche sono da considerarsi semplici fotografie.

Esistono foto che sono entrate a far parte dell’iconografia mondiale e che hanno contribuito a raccontare la storia di una nazione o di un continente e sono considerate “semplici fotografie“ solo perché rappresentano fatti della vita quotidiana e sono state realizzate da fotogiornalisti. Questo genera infinite diatribe e un grande danno nei confronti della fotografia e di chi ha deciso di praticarla professionalmente.

La divisione tra fotografia semplice e creativa, in termini legali, infatti determina una differente durata del diritto di utilizzo economico delle nostre opere. Le opere creative sono protette per 70 anni dopo la morte dell’autore (come qualsiasi altra opera dell’ingegno, musica, testi, articoli giornalistici, componimenti letterari) mentre le semplici fotografie sono protette per 20 anni dopo la loro realizzazione. Questo determina una pesante discriminazione tra le due tipologie di immagini e inoltre l’individuazione dell’appartenenza ad una determinata categoria è spesso demandata ad un giudice che di fotografia non è esperto e che giudica su criteri vecchi e non più ammissibili rispetto ad un mondo in continua evoluzione e che è fondato sull’immagine.

Così come nella musica non esiste la classificazione in “semplice motivetto” e musica impegnata, oppure in letteratura non c’è distinzione tra il “romanzo insignificante” e quello intelligente, crediamo che anche la fotografia debba essere classificata e giudicata sempre con pari dignità.

Chiediamo quindi il definitivo superamento dell’anacronistica categoria di “semplice fotografia” che di fatto determina una grave discriminazione per una intera categoria professionale.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema che sta a cuore a migliaia di fotografi di ogni specializzazione e categoria professionale o amatoriale, ho deciso di tenere un flash mob lunedì 20 luglio alle 10.30 alla Cala di Palermo, proprio davanti al murale che raffigura uno dei miei scatti più famosi e più riprodotti, spesso in barba alle leggi sul diritto d’autore, considerato recentemente da un giudice “semplice fotografia”.

A sostenere le motivazioni di questa protesta saranno presenti anche l’avvocato Massimo Stefanutti (esperto di Diritto d’autore in fotografia) e diversi fotografi che compiranno un particolare e coinvolgente gesto simbolico.

Tony Gentile

fotogiornalista professionista

 

 

Il morso della discordia

A dire il vero i primi giorni a Rio sembrano proprio una vacanza, sveglia con comodo, grande colazione a base di frutta esotica e specialità brasiliane e poi in giro per la città a fare foto, senza nessun impegno particolare soltanto un pò di features (come si chiamano in gergo) per raccontare l’atmosfera che si vive nella città più bella del Brasile durante uno degli avvenimenti più attesi degli ultimi anni. Nei miei giri non possono mancare una gita a Corcovado con il suo Imponente Cristo Redentore, il Pan di Zucchero, Copacabana e Ipanema dove ci scappa anche un bagno nelle freddi acque dell’oceano Atlantico.

In realtà il paese è pieno di contraddizioni e non sono certo io a scoprirle ma la bellezza del paesaggio è sconvolgente e la gente è così accogliente che sembra notarsi solo l'atmosfera di grande festa, ma con uno sguardo più attento la tensione civile si percepisce.

Finalmente arriva il momento di cominciare a lavorare ma a differenza del mondiale del 2006 io non seguo l’Italia (forse per questo che non siamo andati in finale?) ma faccio parte di un team che viaggerà per il paese a coprire alcune partite.

In termini pratici si può tradurre in questo modo: in 18 giorni ho volato sui cieli del Brasile per 13 ore percorrendo un totale di 9600 km.

Primo volo da Rio a Salvador, 1600 km in 2 ore di volo, dove all’Arena Fonte Nuova si giocherà Olanda vs Spagna.

Noi siamo arrivati il giorno prima della partita e ci sistemiamo in uno squallido hotel alla periferia di Salvador, la villa con piscina di Rio è un lontanissimo ricordo. Nei mesi di preparazione al mondiale i responsabili della sicurezza di Reuters ci avevano istruito, ai limiti dell’ossessione, sui rischi che avremmo corso in Brasile per via della criminalità spicciola e soprattutto per alcune bande specializzate nel furto di attrezzatura fotografica che operavano anche in posti apparentemente sicuri come le sale stampa degli stadi e addirittura dentro i campi da gioco. In effetti alla fine dei torneo diversi colleghi di varie agenzie sono stati vittime di questi criminali. Pertanto io e i miei colleghi avevamo sempre il massimo dell’attenzione nel controllare e salvaguardare la nostra attrezzatura. L’arrivo nella mia stanza d’albergo a Salvador però mi presenta immediatamente una incredibile sorpresa, mentre sto sistemando tutto il materiale e mi preparo a mettere in carica le batterie delle macchine fotografiche mi vedo spuntare due piedi dalla finestra, “eccoli, entrano anche da fuori” è stato il mio primo pensiero. In realtà era un innocuo operaio addetto alla pulizia dei vetri dell’hotel, speriamo bene.

Dalla Montagna al mare

 

UN MAGNETE UNA FOTO

 

 

 

Lavorare per un’agenzia di stampa vuol dire essere pronti a fotografare qualsiasi cosa, a muoversi da qualsiasi parte e spesso con estrema rapidità. Devi avere capacità tecniche su diversi campi, quelli che oggi per fare i fighi si chiamano skills. Può anche succedere di lavorare su una storia anche se materialmente non sei nel luogo dove quella storia si svolge. A me è successo alcune volte, e questo che vi racconto è un caso straordinario.

E’ il fine settimana del 13 gennaio del 2012 e io mi trovo a Cortina d’Ampezzo. Non sono in settimana bianca, anche perchè non so sciare, ma devo seguire una tappa della coppa del mondo di Sci femminile. Come succede in questi casi la sera si va a mangiare con i colleghi e spesso si finisce per fermarsi a chiacchierare a lungo. Infatti quella sera rientro in albergo più tardi del solito e non guardo gli ultimi notiziari, come mia abitudine, la sveglia suonerà molto presto domani, c’è freddo e forse è meglio andare immediatamente a dormire.

Intorno alle 3 di notte, poco dopo aver preso sonno, squilla il telefono. Quando squilla il telefono in piena notte e tu sei nel mondo dei sogni lo shock è notevole, pensi immediatamente a qualcosa di brutto e cominci in una frazione di secondo a mettere il lista tutte le persone care a cui potrebbe essere successo qualcosa. Ma per chi fa il mio mestiere ci sono altre ragioni per essere svegliati in piena notte, le notizie, le breaking news, quelle che non dormono mai e sono il tuo pane quotidiano.

Dall’altro capo del telefono c’è Mal, il mio capo europeo da Parigi, che mi da una notizia incredibile: “una nave da crociera ha impattato contro gli scogli davanti l’isola del Giglio, ci sono diversi morti, gli altri tuoi colleghi in Italia non rispondono al telefono gestisci tu la cosa”. Fine della telefonata.

Per prima cosa mi alzo e accendo il computer e la televisione per cercare di capire di più di quella breve telefonata. Poi comincio a chiamare i miei colleghi ma nessuno di loro risponde. In effetti se non rispondevano a Mal perchè avrebbero dovuto rispondere a me. Bisogna mandare immediatamente qualcuno sul posto e nel frattempo vedere se ci sono fotografi locali che hanno già fatto delle foto e cercare di comprarle. L’unico che mi risponde al telefono è Remo, il nostro collaboratore a Roma. Anche lui ha la voce preoccupatissima di uno che si sveglia in piena notte pronto a ricevere una brutta notizia ma in compenso non mi manda a quel paese. Dopo poche parole convincenti Remo è pronto a partire per il Giglio, non sapendo esattamente cosa fare ma l’ordine è perentorio, “vai, poi si vede, intanto parti e non dimenticare nulla”.  Non dimenticare nulla vuol dire prendi tutto l’immaginabile della tua attrezzatura, macchine fotografiche più possibili, obiettivi, computers cavi, dispositivi di connessione internet, e soprattutto una valigia con biancheria perchè si sa quando parti ma non si sa quando tornerai a casa. Infatti Remo, con il vero istinto del fotoreporter, parte e arriva alle prime luci dell’alba a Porto Santo Stefano in tempo per fotografare i primi superstiti della tragedia che vengono evaquati e riportati sulla terra ferma. Poi riesce a prendere il traghetto che ritorna sull’isola del Giglio e dopo poco tempo comincerà a inviare le prime foto della nave, che a quel punto so che si chiama Costa Condordia. Finalmente anche i telefoni degli altri miei colleghi ritornano raggiungibili e considerato che io devo andare a fotografare un gruppetto di allegre sciatrici lascio a loro il comando della situazione.

Questo in breve il mio approccio con la storia della Costa Concordia ma l’avventura del Giglio non è finita quella sera per me e per i miei colleghi. E’ stata una delle storie che è durata più a lungo e che ha richiesto una grande copertura mediatica, quasi 2 anni da quella fredda notte del 13 Gennaio 2012.

Personalmente sono stato al Giglio diverse volte: il 23 gennaio 2012, dieci giorni dopo l’incidente, ho visto per la prima volta quel leone marino disteso dolcemente sul fondale dell’isola avvolto da uno sfondo di nuvole che sembravano quasi dipinte per un set di una campagna pubblicitaria. Nella notte tra il 16 e il 17 settembre 2013 invece ne ho visto e documentato in varie forme il “parbuckling”, ovvero quella complessa operazione di imbracatura e sollevamento, che ha permesso di portare via da quel mare stupendo il rottame di una delle navi più grosse al mondo. La Costa Concordia è stata infatti la nave dalle più grandi dimensioni di cui si sia mai tentato e realizzato il recupero con una tecnica unica nel suo genere.

 

 

 

 

Nel mezzo ho raccontato diverse cose: l’inverno e l’estate: il sole e la pioggia; la curiosità di migliaia di persone che sbarcavano, anche solo per qualche ora, sull’isola  per vedere la nave arenata e farsi un selfie; la quotidianità degli abitanti del Giglio che per 2 anni hanno visto stravolta la loro isola e la loro vita semplice di isolani; le urla di divertimento dei bagnanti che stridevano, come un gessetto nuovo su una lavagna, con le urla di dolore dei familiari delle vittime. Insomma tanti piccoli aspetti di una grande storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Decisamente il momento più entusiasmante è stato nei giorni del parbuckling sia per la complessità del lavoro di recupero, che lo hanno reso un fatto storico oltre che unico nel suo genere, ma anche per la complessità del lavoro che io personalmente ho dovuto compiere. In quei giorni avrei dovuto seguire diverse cose, la cronaca del recupero della nave, fare delle illustrazioni particolari che raffigurassero il prima e il dopo il sollevamento, realizzare delle foto a 360° e, rullo di tamburi, anche un time lapse che raccontasse tutta l’operazione. Sicuramente state pensando “ma  non potevi essere da solo a fare tutto questo!” Bene, pensate male perchè io ero esattamente da solo.

Per prima cosa serviva una stanza d’albergo con vista sulla nave e da dove fosse possibile vedere bene le operazioni di sollevamento. Con i colleghi di Reuters TV avevamo prenotato, già molto tempo prima, una camera in una posizione invidiabile. Poi bisognava organizzare bene la fotocamera destinata al time lapse. Era la cosa forse più complessa da fare perchè soggetta a molteplici variabili da prevedere e da calcorare in ogni dettaglio. Una volta piazzata e impostata la mia macchina bisognava soltanto attendere l’inizio delle operazioni per far partire il timer.

 

 

 

 

 

 

Nel frattempo la vita e le foto sull’isola continuavano. La sera prima dell’inizio delle operazioni un temporale si avvicina minaccioso sul Giglio forse potrebbe ritardare le grandi manovre ma per noi non cambia molto. Dopo cena tutti a casa per riposare un poco visto che domani la giornata si prevede molto lunga ma in piena notte rombi di tuono e lampi accecanti squarciano il cielo sulla Costa Concordia. Avrei avuto due possibilità: opzione n° 1: tirare su la copertina e continuare a dormire fino alla mattina seguente; opzione n° 2: vestirsi di corsa e andare a vedere se quei lampi magari potevano regalarmi qualche buona foto. Manco a dirlo, ho scelto la seconda. Chiamo Remo, con cui in quei giorni condividevo l’appartamento, e ci precipitiamo al porto, in effetti lampi e fulmini c’erano, non tanti ma erano interessanti. Quello che mancava era l’attrezzatura, infatti ero uscito di corsa solo con una macchina fotografica, senza un cavalletto, l’unico posto dove potermi appoggiare erano gli scogli del molo. Meglio che niente, mi appoggio lì e aspetto il fulmine giusto che però stenta ad arrivare perché il temporale è lontano, sulla terra ferma. Ma ad un tratto arrivano due lampi, consecutivi, uno dopo l’altro quasi nella stessa posizione e a brevissima distanza. Beccati.

 

 

 

 

 

 

 

Finalmente tutto è pronto per Nick Sloane, il capo delle operazioni, e si comincia con  il parbuckling. Durante le prime ore delle manovre il movimento della nave era molto lento e quindi inpercettibile. Dopo quattro ore però si è iniziato a vedere qualcosa quindi ritorno velocemente sul balcone dov’è la mia macchina per il time lapse per controllare che tutto stesse procedendo per il verso giusto. Scarico la prima serie di immagini e le assemblo con un software specifico. L’effetto era molto buono, ha funzionato! I miei colleghi di Reuters TV, entusiasti dell’idea di avere a disposizione il primo video dove era visibile un leggero movimento della nave, decidono di inviarlo subito ai loro clienti. Nel frattempo per tutta la giornata continuo ad andare su e giù per l’isola a fare foto da tutte le posizioni e poi tornare sul balcone per montare un altro pezzetto di time lapse. Ma il parbuckling è lungo quindi a tarda sera vado a riposare per qualche ora ma la mia mente restava sempre fissa sullo stesso pensiero “funzionerà sempre la mia macchina sul balcone?” Punto la sveglia alle 3:30 e mi preparo per uscire, nel frattempo sento squillare le trombe di tutte le imbarcazioni impegnate nelle operazioni. “Ci siamo – penso – hanno finito.  Oppure è successo qualcosa”. Scappo subito al porto e vedo il grande capo Nick,  sfinito ma sorridente, parlare con i giornalisti.

 

 

 

 

Il tempo di fare due foto e scappare immediatamente sul balcone per vedere se il mio time lapse era andato bene, mille domande, “si è spenta la macchina, la scheda si è riempita, un uccello si è posato sopra, l’inquadratura è ancora giusta?” Mentre correvo per raggiungere il balcone nella mia testa c’era solo paura e ansia in quantità industriale. Riesco a prendere la scheda con una calma che non credevo di avere, metterla al computer e aspettare pochi minuti perchè il mio timelapse si concretizzasse. Eccolo, funziona, ce l’ho ed è anche perfetto, la nave nel momento in cui si raddrizza non esce dall’inquadratura, che è la cosa che maggiormente temevo, non ero sicuro dei movimenti che potesse fare. Pochi minuti ancora ed è in circuito a disposizione dei network di tutto il mondo che lo useranno in continuazione per l’intera giornata, e anche oltre, per raccontare un evento storico ed eccezionale per la storia della marineria, e non solo.  19 ore di riprese, 2500 fotografie, cinque ore di sonno in 64 ore di lavoro. Almeno è stato un sacrificio ben ripagato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ah dimenticavo ero andato al Giglio per fare il mio lavoro di fotogiornalista e fornire immagini utili ai giornali. E anche questo alla fine è riuscito.

 

 

 

 

 

 

Quella partita tra pecore e salmoni


UN MAGNETE UNA FOTO


Questo piccolo magnete di oggi viene da un posto molto particolare, le isole Faroe un arcipelago di 18 isole vulcaniche situate tra l’Islanda e la Norvegia nell’oceano Atlantico del Nord, appartenente al Regno di Danimarca. Ma come ci son capitato io nelle Isole Faroe?




Ancora una volta il pretesto che mi ha fatto  arrivare in questo fantastico posto è la nazionale di calcio. 2007, qualificazioni per gli Europei 2008 l’Italia incontra la nazionale delle Isole Faroe. Confesso che quando mi è stato assegnato l’incarico di seguire l’Italia per questa trasferta le informazioni che avevo sulle Faroe erano pochissime quindi ho dovuto cominciare a studiare il caso. Il primo approccio è stato con la bellezza del paesaggio, una natura incontaminata, scogliere mozzafiato e altipiani verdi e affollati di pecore. Poi mi son fatto una domanda: “ma come fanno ad avere una nazionale? Allora vuol dire che c’è un campionato di calcio.” E la risposta è sì, hanno un campionato di calcio si chiama Formuladeildin, che somiglia di più al nome di un anti infiammatorio, vi partecipano 10 squadre, quasi tutte le squadre sono di una città diversa e ogni squadra ha il proprio campo di calcio e molti di questi campi sono posizionati in luoghi pazzeschi.

Ma torniamo indietro; dovendo organizzare un viaggio in un posto così lontano, complicato da raggiungere e dove sicuramente non sarei ricapitato facilmente, decido quindi di approfittare di quella partita per realizzare qualche altro servizio sull’arcipelago. Approfondisco sull’economia del posto e scopro che i 52.000 abitanti, un quarto di quelli residenti nel Municipio Roma III dove abito io, vivono quasi esclusivamente di pesca e venerano le pecore per la loro lana. Quindi, dopo avere preso qualche contatto con enti turistici e aziende ittiche parto alla volta delle Faroe con 5 giorni di anticipo rispetto alla partita, mi basteranno per vedere qualcosa.

Dopo uno scalo a Copenaghen atterro nell’aeroporto di Vagar che è sperduto in una landa desolata ma l’atterraggio è uno spettacolo. Sono diretto nella capitale Tórshavn quindi prendo un taxi e comincio a godermi la natura meravigliosa. Ad un tratto all’orizzonte vedo mare ma la strada comincia ad andare in discesa, scende scende ed entriamo in un tunnel sempre in discesa. Si chiama Vàgatunnilin è lungo quasi 5 km e collega due delle isole dell’arcipelago, Vàgar a Streumoy. Quando me ne rendo conto il mio senso claustrofobico comincia a mettermi in agitazione ma dura veramente poco. Finalmente siamo a Tórshavn. Mi sistemo velocemente in albergo ed esco prima che faccia troppo buoi, voglio cominciare a conoscere la città.





Faccio due passi in centro, vado verso il porto per cominciare ad orientarmi e nel frattempo cerco un posto dove mangiare. Prevedo una bella scorpacciata di pesce locale, sai com’è, stai su un’isola, anzi su 18 isole, ci sarà pure il pesce buono. Trovo un posto carino che si affaccia proprio sul vecchio porto ed entro. Che gli italiani fossero un popolo di Santi, poeti e navigatori è un fatto ultra noto ma che a servirmi in un ristorante delle isole Faroe potesse essere un napoletano non lo avevo messo in conto, almeno non ci saranno problemi di comprensione, parliamo la stessa lingua. Chiaramente io chiedo il pesce ma lui mi dà la prima brutta notizia “ma i Faroeiani non vanno al ristorante per mangiare il pesce, loro il pesce lo pescano e lo conservano seccato per tutto l’anno e non sentono il bisogno di venire al ristorante a mangiarlo”. Che faccio, me ne vado? Forse meglio adottare il piano B e chiedo allora se è possibile mangiare la pecora, ne ho viste tante nelle campagne venendo in città che penso debba essere sicuramente una prelibatezza la pecora locale. Niente da fare, seconda delusione in brevissimo tempo. “Si, la puoi mangiare ma non sono pecore locali, vengono dalla Nuova Zelanda. Qui le pecore sono sacre, sono persone di famiglia e servono solo per la lana.” Panico, comincio a pensare che la mia cena di stasera sarà fatta di muschi e licheni. Comunque, grazie al mio cameriere napoletano riesco a mangiare qualcosa di buono e torno a in albergo.





La mattina seguente mi alzo presto e vedo che la cittadina è avvolta nella nebbia siamo a fine maggio quindi le giornate dovrebbero migliorare. In effetti qualche ora dopo il tempo è decisamente migliorato. Nel pomeriggio ho un appuntamento con un tale che mi accompagnerà in giro per alcune isole, nel frattempo ne approfitto per scoprire un piccolo quartiere a ridosso del porticciolo pieno di casette di legno molto colorate e dai tetti ricoperti di erba.





Subito dopo pranzo comincia il mio vero tour in alcune delle isole dell’arcipelago, accompagnato da un membro dell’ufficio turistico locale cominciamo a vagare per le verdi alture dove le pecore la facevano da padrone in un intreccio incredibile tra prati, mare, scogliere e villaggi di pescatori.





Il giorno successivo lo dedichiamo agli impianti di itticoltura. Qui sono molto diffusi e prevalentemente allevano salmone e merluzzi. Le grosse gabbie si distinguono immediatamente in un mare reso grigio dal cielo nuvoloso. Tra una chiacchiera e l’altra la mia guida, ricordandosi che io ero qui principalmente per una partita di pallone mi dice “ti porto a vedere una cosa particolare” che sarà mai penso, qui per me è tutto abbastanza particolare. Mi porta in cima ad un altopiano e mi mostra uno dei campi di calcio che sono sparsi per tutto l’arcipelago, è qualcosa di pazzesco.  E’ lo Eiði stadium lo stadio di una piccola cittadina di poco più di 700  abitanti nell’isola Eysturoy. La prima cosa che mi viene in mente è “ma quando si arrocca la palla chi va a prenderla?”





Finalmente arriviano in uno degli stabilimenti di lavorazione del salmone. Un battello preleva il pesce dalle vasche posizionate a qualche centinaio di metri dalla costa e lo mette immediatamente sotto ghiaccio. Poi viene portato in uno stabilimento nel piccolo porticciolo e da qui lavorato con estrema velocità e precisione dalle mani esperte di una decina di operaie. Da lì a poche ore sarà in partenza per tutte le destinazioni.





Ad un certo punto la mia guida indica una persona “vedi quello? Quello che guida il muletto e carica il pesce sul furgone?”, io pensavo fosse un suo amico “lui è un calciatore in nazionale, domani non giocherà perchè è infortunato ma di solito è bravo”. In un solo momento mi vengono in mente tutti i calciatori italiani, le loro facce, i loro gesti, chi si pettina, chi ascolta musica, chi…. non saprei cosa altro fanno i calciatori quando non giocano. E penso che qualcuno di loro forse non sappia neanche cosa è un muletto o per essere più precisi un carrello elevatore.

Adesso mi ricordo cosa ero venuto a fare alle isole Faroe, domani , 2 giugno gioca l’Italia contro la nazionale locale, distratto da tanta bellezza me ne ero quasi dimenticato. Per la cronana il risultato finale sarà 1-2, con una certa difficoltà ma ce l’hanno fatta a battere anche questi pescatori.



Un matrimonio da Re

un matrimonio da re

Sempre per la serie UN MAGNETE UNA FOTO, e per combattere l'immobilità a cui il Covid ci ha sottoposti, oggi il mio magnete mi porta a Londra a parlare di matrimoni, ma di matrimoni eccellenti.

Uno dei mie primi incontri con la fotografia professionale risale a quando avevo 12/13 anni e siccome ero molto alto, per l’età che avevo, ero stato ingaggiato come  assistente da un fotografo lontano parente di mia madre, lo zio Angelino, così lo chiamavamo anche se in realtà non era nostro zio. Forse assistente è una parola grossa, tenevo il flash durante i matrimoni. Lo zio Angelino era molto bravo nella fotografia matrimoniale, nella ritrattistica in studio, nella camera oscura e nel foto ritocco, quello vero però, quello fatto con i pennelli sottilissimi e l’inchiostro di china, non con Photoshop. Questa esperienza giovanile mi è stata utilissima in varie fasi della mia carriera professionale.

Negli anni 90, parallelamente ai servizi di cronaca che realizzavo per i giornali, quando ne avevo l’opportunità, facevo anche dei matrimoni. E lo facevo a modo mio, avevo aperto una strada che in quegli anni, in cui i matrimonialisti palermitani lavoravano solo ed esclusivamente con il medio formato, era controcorrente. Fotografare il matrimonio in 35 mm utilizzando le tecniche di ripresa più reportagistiche e portando gli sposi in luoghi insoliti per Palermo era in effetti un’azione quasi rivoluzionaria. Ad un certo punto, dopo che nella mia città esplosero un paio di bombe e che il lavoro con l’editoria diventò sempre più duro e intenso, decisi di abbandonare la fotografia di cerimonia dedicandomi esclusivamente al fotogiornalismo e nel 2003  mi trasferii a Roma per lavorare cone staff photographer di Reuters. A quel punto credevo di avere smesso definitivamente con i matrimoni ma non è stato così perché anche per Reuters, più di una volta, mi è capitato di fotografare sposi, un paio di Principi e qualche VIP.  “Sì, addirittura un paio di Principi”, starete pensando. Certo non ero il loro fotografo ufficiale ma comunque il giorno delle loro nozze c’ero anch’io.

I primi sposi che mi sono passati davanti sono l’attrice francese Clotilde Courau e suo marito Emanuele Filiberto di Savoia.

Gli ospiti erano di prim’ordine, dalla rock star Johnny Hallyday ai grandi stilisti Pierre Cardin e Valentino, oltre tanti giovani rampolli delle più antiche casate nobiliari d’Europa. Però niente di speciale, una postazione organizzata fuori dalla chiesa per un numero indefinito di fotografi e cineoperatori, le solite risate tra colleghi nell’attesa e il gioco di fuoco di flash che esplodono contemporaneamente in pochi minuti al passaggio degli sposi.

 

Qualche anno dopo è stata la volta di un personaggio che Principe in realtà non è, ma è di più, è l’ottavo Re di Roma, ovvero Francesco Totti che convolò a nozze nel 2005 con Ilary Blasi.  Si sposarono, manco a dirlo, a Roma nella chiesa di Santa Maria dell’Aracoeli, quella della famosissima scalinata accanto al Campidoglio. Il capitano e Ilary, nonostante una insolita pioggia estiva che aveva reso scivolosi i gradini, discesero quella scalinata come un’imperatore Romano e la sua consorte regalandosi alle centinaia di tifosi che volevano festeggiare quel momento insieme a loro.

Ma il matrimonio che vi racconto oggi è uno di quelli che passano alla storia come “il matrimonio del secolo”. Le nozze tra William Arthur Philip Louis Mountbatten-Windsor, duca di Cambridge, figlio di Carlo, principe del Galles, nipote della Regina Elisabetta II del Regno Unito. Insomma l’erede al trono d’Inghilterra (forse) e la sua sposa Catherine Elizabeth Middleton, meglio nota come Kate Middleton.

Come tutte le storie grosse anche in questo caso la fase della preparazione è particolarmente lunga. Le nozze si celebreranno il 29 aprile 2011 quindi io arrivo a Londra un paio di giorni prima, c’è una lunga trafila burocratica per il ritiro degli acrediti ed è meglio non rischiare, poi bisogna prendere le misure con la città che è completamente bloccata. Inoltre il giorno prima ci sono alcuni eventi collaterali da seguire e io vado al Mandarin Oriental Hotel, di fronte Hyde Park, dove ci sarà una cena prematrimoniale (una specie di addio al celibato) i cui invitati sono un gruppetto di Re e Regine di tutto il mondo, Re del Togo, Regina di Spagna, Regina di Norvegia e altri ancora. Insomma mancavano solo i re di cuori, quadri, fiori e picche e il mazzo era completo. Per recarmi in hotel prendo un taxi e nel tragitto mi fermo da un ferramenta per comprare una scala. Non dovevo pulire i lampadari dell’hotel ma sovrastare la massa di fotografi che sicuramente avrei trovato già in postazione fuori dall’ingresso dell’albergo. Non bado a spese e prendo una scala alta più di 2 metri che, nonostante le dimensioni comode dei taxi inglesi riesco a malapena a fare entrare, con leggero disappunto del taxi-driver. Un pezzo di scala usciva addirittura dal finestrino.

Come al solito la serata finisce tardi e la mattina si comincia presto, appuntamento per la colazione e ripasso del briefing alle 5:00 e alle 6:00 siamo già per strada diretti ciascuno nelle proprie postazioni, chiaramente a piedi visto che è tutto bloccato e non circolano neanche i taxi e da Westminster Bridge, dove è il mio albergo e Buckingham Palace la strada è tanta, soprattutto se sei anche pieno di attrezzatura fotografica da trasportare.

Come al solito siamo tanti fotografi coinvolti nell’operazione Royal Wedding, ognuno di noi ha una diversa postazione. Il matrimonio si celebrerà nell’Abbazia di Westminster alle 11.00 ma io sarò in un altro luogo, esattamente di fronte Buckingham Palace da dove gli sposi si affacceranno per salutare la popolazione festante e per il fatidico bacio. Sì, in effetti sarebbe anche una buona foto se non fosse che la mia postazione è talmente lontana che ha un CAP diverso da quello del Palazzo. Poco male, ho un 800 mm con relativo duplicatore 2x, qualcosa vedrò. Devo solo aspettare, dalle 7:00 alle 13:30, orario previsto del bacio.

 Il clima è quello tipico inglese, grigio, ma l’importante è che non arrivi la pioggia anche se sono attrezzato anche per quello con coperture di ogni tipo sia per gli obiettivi che per il computer. Per ammazzare il tempo io comincio comunque a fare delle foto anche prima perchè il mondo di gente che è presente già dalle prime luci dell’alba è curioso e variegato e non posso lasciarmi sfuggire questa occasione. Inoltre bisogna cominciare a mettere delle foto di “colore” già in circuito per raccontare l’atmosfera di festa che si vive a Londra.

Intorno alle 10:50 qualcosa comincia a muoversi e alcune vetture cominciano a passare davanti la postazione in cui io mi trovo, tra queste anche quella che trasporta la futura sposa e suo padre verso l’Abbazia di Westminster, dove il principe William la sta aspettando.

 Adesso mi tocca attendere il rientro degli sposi al palazzo. Spero facciano in fretta. In realtà tra una cosa e l’altra passano più di due ore, si sa come sono lunghe le cerimonie importanti. Inoltre dopo la cerimonia nuziale gli sposi percorreranno in carrozza tutto il tragitto che da Westminster Abbey conduce a Buckingham Palace passando per le principali strade di Londra strapiene di sudditi. Quindi devo armarmi di santa pazienza e attendere. Finalmente ci siamo, sono passate da poco le 13:00 e vedo la carrozza in lontananza provenire da The Mall, adesso li ho sottotiro e li fotografo. Sono raggianti gli sposini, soprattutto Kate, lui forse sembra un pò imbarazzato. Al loro seguito su altre carrozze i parenti stretti, meglio conosciuti come “i parenti rà zita” tra cui Pippa Middleton, che ha provato a togliere la scena a Kate, e i genitori degli sposi, contentissimi anche loro.

L’eccitazione della gente in attesa del fatidico bacio affacciati dal balcone principale di Buckingham Palace si fa sempre più forte, non si capisce se è solo per curiosità o perchè sentano veramente la potenza del momento, il futuro Re d’Inghilterra, il loro sovrano. Io non lo capisco ma sicuramente loro sentono qualcosa di importante. E poi finalmente comincio a puntare quel balcone, la macchina con il suo obiettivo 800mm e duplicatore è piazzata su un treppiedi e agganciata ad una gamba del cavalletto c’è una seconda camera con una lente più corta comandata con un remote control. Non so se avrò il tempo di cambiare macchina fotografica e inquadratura quindi meglio mettersi al sicuro e scattare contemporaneamente due fotografie diverse, poi si vedrà. Ed ecco che alle 13:25 in punto la coppia di sposi si affaccia e saluta divertita, e credo anche un pò emozionata, la folla. Io comincio a scattare, sono veramente lontano, l’aria che intercorre tra la mia lente e i soggetti non è limpida e molte foto non sono buone, sono impastate, come si dice in gergo, quindi bisogna scattare tanto. Sicuramente qualcosa di buono ci sarà.

 La giornata è quasi conclusa, quasi perchè devo attendere ancora 2 ore per vedere il Principe e la Principessa lasciare il palazzo a bordo della Aston Martin DB6 MKII di Papà Carlo. Solo in quel momento, poco dopo le 16:00 dopo appena 12 ore dalla mia sveglia, dalle radio trasmittenti collegate con gli editors ci arriva il segnale che tutto è veramente finito, via libera, sciogliete le righe o, come si direbbe a Palermo “agnieddu e sucu e finiu u vattiu”.

Il cielo era azzurro sopra Berlino

il cielo era azzurro sopra berlino

Per la serie UN MAGNETE UNA FOTO, e per combattere l'immobilità a cui il Covid ci ha sottoposti, oggi il mio magnete mi porta a Berlino per ricordare uno dei momenti più belli della mia esperienza di fotografo sportivo.

Bisogna proprio odiare il calcio per non ricordare il 9 luglio del 2006. Ciascuno di voi si ricorda probabilmente dove stava e come ha reagito dopo il rigore di Grosso. Io non l’ho visto in TV e neanche ho esultato, non perchè non volessi farlo ma perchè non potevo farlo, ma quella sera me la ricordo benissimo, mi ricordo perfettamente tutte le emozioni che oggi rivivo attraverso le mie fotografie.
 
Il pensiero fisso che mi frullava per la testa in quell’estate del 2006 era sempre lo stesso “fino a pochi anni fa fotografavo il Palermo nei campi di serie C e adesso sono al mondiale? Non ci posso credere!”  La coppa del mondo di calcio, l’evento sportivo più importante al mondo, non era affatto male come risultato. Ma per un fotografo di agenzia di stampa, come ero io, essere tra i privilegiati che devono coprire un evento così importante richiede anche di adeguarsi a delle rigide regole. Io ero stato assegnato all’Italia e la seguivo già da un paio di anni prima dei mondiali, ero stato al seguito della nazionale in Norvegia, Moldavia, Svizzera ma andare in Germania sarebbe stata un’altra cosa.

Insieme ad un gruppo di giornalisti di altre testate ci imbarcammo con tutto lo staff della nazionale su un volo charter diretto a Dusseldorf, l’aeroporto più vicino a Duisburg dove gli azzurri si allenavano e dove qualche anno dopo una strage mafiosa avrebbe portato alla ribalta di nuovo questo nome. Il mio compito sostanzialmente era quello di stare ogni giorno con la squadra, seguivo gli allenamenti giornalieri e le conferenze stampa.

 

Ma la cosa più eccitante chiaramente erano le partite.  E’ inutile dire che la cosa più importante per me sarebbe stata riuscire ad andare in finale perchè se, come abbiamo detto, la coppa del mondo è l’evento sportivo più importante al mondo la sua finale lo è ancora di più perchè è il culmine dell’evento. Pertanto, chi non avrebbe voluto esserci all’Olympiastadion di Berlino in una calda sera d’estate quando si sarebbe scritta la storia del calcio e quella sportiva di un paese? Io avevo una sola possibilità per esserci: l’Italia doveva andare in finale, solo in questo modo io avrei potuto far parte del team che avrebbe fotografato la finale e di conseguenza vederee raccontare  con i miei occhi la storia.

Superato il primo turno si entrava nella fase ad elimazione diretta e qui le cose si facevano più dure perchè se l’Italia fosse stata eliminata anche io sarei tornato a casa con la squadra e il mio mondiale sarebbe finito. Quindi potete immaginare chi era il primo tifoso di quella squadra, io volevo la mia finale. Ogni partita da quel momento in poi era per me una gran finale. Sorvolo sullo sfottò che si creava tra i colleghi della stessa mia agenzia su chi, alla fine di ogni partita, sarebbe tornato a casa. Prima toccò all’Australia e al suo fotografo, l’amico David. Ci siamo punzecchiati fino all’ultimo momento prima dell’inizio della gara: “hai preparato le valigie David? Lo sai che domani torni a casa?” E nel frattempo la paura di essere io a tornare indietro mi distruggeva, ma era un modo per darsi forza e concentrarsi per il lavoro, che era chiaramente la priorità assoluta. La partita non è bella e si soffre fino all’ultimo minuto quando Totti mette in rete il pallone su calcio di rigore, assegnato sul fallo subito dal mitico Grosso. Il mitico difensore del Palermo che da li a qualche giorno ce ne avrebbe date di soddisfazioni, ma noi ancora non lo sapevamo. Nel frattempo nell’esultare mi finiscono tutti addosso e io vengo beccato dalle telecamere di tutto il mondo per la gioia dei miei familiari.

Poi fu la volta dell’Ucraina e anche quella, insieme al suo fotografo, tornò a casa  grazie ai goal di Zambrotta e Luca Tony.

Contro la Germania le possibilità erano veramente scarse, i tedeschi giocavano in casa e colleghi li avevo tutti contro, erano abbastanzi sicuri e anche un poco arroganti ma io mi presentai al briefing prepartita, di fronte a diversi fotografi tedeschi, con una maglietta che avevo realizzato appositamente qualche giorno prima stampando una mia foto dell’esultanza di Luca Toni. Sapevo che non avrebbero gradito molto la mia provocazione e mi avrebbero massacrato ma dovevo resistere. Dopo tutto quello che mi avevano detto e soprattutto dopo quello che alcuni giornali tedeschi avevano scritto sugli italiani pochi giorni prima di quella partita, forse potete immaginare la soddisfazione che ho potuto provare al goal di Grosso e poco dopo all’esultanza di Del Piero. La gioia era incontenibile, eravamo in finale, anzi ero in finale e per di più  battendo i tedeschi in casa, che soddisfazione.

Ed eccoci a quel 9 luglio, in mattinata una lunga passeggiata per le strade di Berlino per cercare di stemperare la tensione poi a pranzo super briefing. Saremo 9/10 fotografi a coprire l’evento, ciascuno di noi ha una sua precisa postazione e un suo compito, in caso di rigori ognuno sa cosa deve fotografare, nulla è lasciato al caso, anche il momento della premiazione ciascuno di noi velocemente dovrà recarsi nella propria posizione. La tensione è altissima ma la carica emotiva che porterà ciacuno di noi ad mettere la massima concentrazione per ottenere il miglior risultato è altrettanto alta.

La cronaca della partita sicuramente la conoscete a memoria ma io voglio ricordarmi solo i punti salienti:
Al 7′ il fallo di Materazzi su Malouda, è rigore per la Francia, batte Zidane e fa una sorta di cucchiaio che sbatte sotto la traversa, a momenti sbaglia ma la palla supera la linea ed è goal. E’ molto teso anche lui, forse sà già che non finirà in campo questa partita.

Al 19′ Materazzi, che si rivelerà determinante per l’andamento della partita, su un cross da calcio d’angolo di Pirlo batte in elevazione Vieira e insacca la palla alle spalle del portiere Barthez, 1-1

Nel secondo tempo nonostante un goal annullato a Totti nessuna delle squadre riesce ad andare in vantaggio, il risultato resta sull’1-1 e si va ai supplementari. La posta in gioco è troppo alta e le squadre si fronteggiano con grandi tatticismi ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Durante il 2° tempo supplementare succede qualcosa tra Zidane e Materazzi e il centrocampista francese reagisce violentemente sferrando una testata al petto del difensore azzurro. Il cartellino Rosso è inevitabile, quello che è successo veramente tra i due è stato poi oggetto di discussione per tanti anni ma dal campo niente è stato possibile percepire, solo un pesantissimo cartellino rosso.

I 120 minuti di gioco terminano sul risultato di 1-1, la coppa del mondo si assegnerà con la lotteria dei rigori, come dicono i migliori telecronisti.
Come da briefing il mio compito è quello di seguire le reazioni della panchina Italiana quindi non dovrò inquadrare chi tira il rigore, ci sono altri che lo faranno. Per questo, come dicevo all’inizio non ho visto Grosso calciare il penalty della vittoria, ma l’ho sentito, ho sentito lo stadio che tramava, ho sentito delle incredibili vibrazioni mischiate ad adrenalina a 1000.

Decine di migliaia ti tifosi arrivati dall’Italia uniti agli italiani residenti in Germania hanno fatto crollare l’Olympiastadion di Berlino. Io stavo in quello stadio ma la mia freddezza professionale mi impediva di esultare con loro, quindi dovevo resistere e recarmi di corsa a prendere la mia nuova posizione sotto la tribuna dove finalmente dopo 24 anni il capitano dell’Italia avrebbe alzato al cielo la coppa del Mondo lasciando libero sfogo alla gioia di tutti gli altri compagni che quella coppa l’avevano conquistata.

Decine di migliaia ti tifosi arrivati dall’Italia uniti agli italiani residenti in Germania hanno fatto crollare l’Olympiastadion di Berlino. Io stavo in quello stadio ma la mia freddezza professionale mi impediva di esultare con loro, quindi dovevo resistere e recarmi di corsa a prendere la mia nuova posizione sotto la tribuna dove finalmente dopo 24 anni il capitano dell’Italia avrebbe alzato al cielo la coppa del Mondo lasciando libero sfogo alla gioia di tutti gli altri compagni che quella coppa l’avevano conquistata.

Quella notte chiaramente è durata pochissimo e l’indomani bisognava ripartire. In mattinata conferenza stampa dei vincitori e poi dritti in aeroporto per tornare a Roma dove una nazione piena di tifosi impazziti aspettava i loro eroi con la coppa.

Un altro magnete e un altro bel viaggio nei miei ricordi.

Quella scrivania mai vista

Quella scrivania mai vista

 
29 Settembre 2015, Papa Francesco in visita alla Casa Bianca. Non sono mai stato dentro lo studio ovale e sto per entrarci per la prima volta, ma ho impressa in mente la foto del piccolo John Kennedy Jr che gioca sotto la scrivania del padre, un luogo mitico e pieno di storia. Sembrerà strano ma quella scrivania, quella finestra “ovale” che tutti conosciamo a memoria per averla vista centinaia di volte in TV o al cinema io non l’ho vista. Non dico che non ci fosse ma io non l’ho vista. Il perchè è presto spiegato. La tensione è altissima, dopo avere fotografato l’arrivo del Presidente Obama e Papa Francesco nel portico delle Rose con una luce complicata e un bianco accecante vengo accompagnato, insieme ad un altro piccolo pool di fotografi, dentro lo studio dove li avrei fotografati durante il loro incontro privato.
 
 
Un paio di minuti dopo il loro passaggio ci accompagnano velocissimamente dentro lo studio ma qui viene il primo grande dubbio, che luce ci sarà dentro? Io non ci sono mai stato, gli altri fotografi del pool della White House lo sanno perfettamente ma non c’è il tempo per chiederlo e probabilmente non me lo direbbero neanche. Mentre mi avvio con il gruppo scorgo una porta a vetri, guardo istintivamente dentro e vedo che quello è lo studio ovale, allora porto agli occhi la macchina fotografica e scatto una foto, giusto per capire che luce c’è dentro e impostare velocemente.   
 
 
Il resto è un ricordo confusissimo con l’adrenalina a mille e una tensione pazzesca. Solo qualche giorno dopo, rivedendo i files ho realizzato meglio quello che era successo. 124 fotografie in 62 secondi, questo il tempo che ho trascorso dentro il mitico studio Ovale, scattando praticamente quasi in continuazione.
 
 
Della scrivania di John John e della parete ovale, manco a parlarne. Però il lavoro è stato portato a casa e siccome era un pool in cui stavo lavorando anche per le altre agenzie internazionali del pool Vaticano la cosa più importante da fare era questa.
 
 
 

Workshop con Tony Gentile – Passioni

 

La Passione per la fotografia, la Passione per la Sicilia, la Passione per il riti della Settimana Santa, tutto sotto un unico tema PASSIONI.

Un workshop dedicato a chi ama la fotografia, la Sicilia e le sue tradizioni popolari. Una totale immersione di 6 giorni, senza sosta, all’insegna della cultura e del paesaggio siciliano sotto la guida e supervision di Tony Gentile

Visiteremo e fotograferemo i luoghi, noti e meno noti, della popolarissima Settimana Santa siciliana, una delle più note al mondo. Marsala, Palermo, Trapani, Prizzi.

 

 

Mercoledì 8 aprile

Arrivo a Palermo e ritrovo nella struttura selezionata nel centro storico. La serata sarà dedicata a conoscerci e ad orientarsi nel centro storico di Palermo.

 

 

 

Giovedì 9 aprile

ore 9.00 partenza per Marsala dove cominceremo il tour con la Sacra rappresentazione della Morte del Signore. In serata rientro a Palermo.

 

 

 

 

Venerdì 10 aprile

Mattinata libera in giro per Palermo dove nel pomeriggio l’antico centro storico si anima di spettacolari processioni durante le quali, per le vie dei mercati più antichi e popolari, vengono portati i simulacri dell’Addolorata e l’urna con il Cristo Morto.

 

 

Sabato 11 aprile

Prima dell’alba del sabato partenza per Trapani dove, lungo tutta la notte, si svolge la famosissima processione dei Misteri. Dopo il rientro dei simulacri in chiesa, uno dei momenti più suggestivi dell’intera manifestazione, si rientra in hotel a Palermo.

 

 

 

Domenica 12 aprile

Altra levataccia per Prizzi dove sin dall’alba e per tutto il giorno della domenica di resurrezione i famosi Diavoli corrono per le vie del piccolo paesino.

 

 

 

Lunedì 13 aprile

Finalmente ci si riposa, forse, perchè dopo 4 giorni di fotografie arriva la fase più difficile, l’editing.

In serata rientro nelle proprie città.

 

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I partecipanti verranno ospitati in una piacevolissima struttura in camera doppia condivisa con servizi privati e uno spazio comune dove trascorrere in condivisione i momenti di relax.

Io sarò a loro disposizione per tutta la durata del Workshop in tutte le sessioni di scatto e di editing.

Viaggieremo insieme  con un minivan (9 posti) in tutte le località dove si svolgeranno le manifestazioni.

E infine sarò a disposizione per il tutoring post-workshop per valutare e confrontarci sui risultati raggiunti.

 

Per maggiori informazioni e costi contattatemi via mail   mail@tonygentile.it

 

Il funerale di Nanà

Il funerale di Nanà

“Che cosa è la fotografia se non verità momentanea, verità di un momento che contraddice altre verità di altri momenti?“ Leonardo Sciascia.

Era il 1989 e da pochissimo tempo avevo cominciato a fare questa professione. Una professione che allora, 30 anni fa, non avrei mai immaginato di poter esercitare per così tanto tempo e a certi livelli.

Una delle prime storie grosse che mi trovai a raccontare fu proprio il funerale di Leonardo Sciascia, lo ricordo come se fosse ieri, rivedo le facce dei compaesani di Nanà, come lo chiamavano gli amici. Tutti presenti, dagli anziani del circolo degli Zolfatari ai bambini delle scuole elementari dove lui stesso era stato maestro. I nonni e i nipoti, gli studenti e i professori, gli amici e forse anche i nemici. Un lungo corteo silenzioso che attraversava le strade di Racalmuto, dalla chiesa di S. Maria del Monte al cimitero. La gente era appollaiata ad ogni angolo, arrampicata sui muri ricoperti dai manifesti a lutto e con il ritratto dello scrittore.

Il feretro, preceduto dall’arciprete monsignor Puma anche lui caro amico del maestro Sciascia, era portato a spalla  dagli amici più intimi. Tra questi uno in particolare mi aveva colpito, per la sua commozione, doveva essere veramente un suo carissimo amico.  “Eppure quel signore l’ho già visto” pensavo “ha un viso conosciuto ma non ricordo bene” C’era tanta gente troppa confusione. Poi ad un tratto mi ricordai dove l’avevo visto. “Ho visto delle interviste in tv ma soprattutto ho visto le sue fotografie e con quelle foto ci sono anche cresciuto”. Ma sì, era lui, era Ferdinando Scianna, il fotografo che per tantissimi fotoreporter siciliani, e non solo, è stato un punto di riferimento. Proprio lui. Quella è stata la prima volta che ho visto di persona Scianna e poi da quel triste giorno mai più incontrato, mai più cercato, anche se avevo una foto che avrei voluto regalargli ma non ho mai avuto il coraggio di dargliela. Quella fotografia raccontava un momento troppo triste sicuramente per lui e la mia riservatezza non mi consentiva di avvicinarlo per parlargli di quell’immagine e di quel giorno.

Ci son voluti 25 anni perché lo incontrassi personalmente, precisamente nel 2015 a Firenze per regalargli una copia del mio libro appena pubblicato. Anche questa volta ero emozionatissimo e mi tremava la mano al punto che la piccola dedica con firma che apposi sul libro somigliava di più ad un elettrocardiogramma. Da quel giorno ci siamo incontrati più volte, ha partecipato alla presentazione del mio libro, abbiamo fatto un talk e una mostra insieme e tra noi si è instaurato un rapporto molto simpatico basato su una naturale stima reciproca. Ma ancora oggi quella foto sta nel mio archivio, se ci riesco un giorno gliela regalerò.


Mostra Siracusa

Siracusa – Fototeca Siracusana

8 -19 ottobre  2019

 

 

Punto e a capo…

“… la fotografia si esplica sempre all’interno di un dualismo perfetto. Nella fotografia c’è il negativo e il positivo, è un rapporto tra la luce e il buio, è un giusto equilibrio tra quello che c’è da vedere e quello che non deve essere visto. Quando noi fotografiamo vediamo una parte del mondo e un’altra la cancelliamo.” Luigi Ghirri

Mi sono spesso chiesto cosa è per me la fotografia e più volte mi sono soffermato a riflettere proprio sugli opposti che ne sintetizzano l’essenza e agli esempi citati da Ghirri aggiungerei anche la velocità e la lentezza.

La velocità, i tempi di esposizione brevissimi, l’istante, l’attimo fuggente, l’immediatezza nell’intuire il momento decisivo. Ma anche la lentezza, nell’attesa del momento decisivo, della luce migliore, la ricerca lenta del soggetto, l’approccio meticoloso e riflessivo del grande formato, i tempi lunghi, il mosso. In sintesi, la fotografia forse per me è proprio quel dualismo perfetto dentro il quale bisogna districarsi ogni volta che ci si mette al collo una macchina fotografica.

Per tanti anni ho lavorato in velocità, fotografando prima le cronache della mia città e poi i fatti di rilievo internazionale, sempre puntando a raccontare le storie e i personaggi che si trovavano davanti al mio obiettivo nel modo migliore che io conoscessi, con il massimo rispetto ma soprattutto il più velocemente possibile, perché le storie si susseguivano velocemente una dopo l’altra e i giornali attendevano le fotografie. Adesso, dopo 30 anni, qualcosa è cambiato nel mio lavoro e nella mia vita e sento che è arrivato il momento di lavorare in lentezza. Senza pressioni di temi e di tempi, senza inseguire le storie o i ritmi della concorrenza del mercato del fotogiornalismo d’agenzia ma concentrandomi solo ed esclusivamente sul rapporto lento e casuale con i soggetti, ritornando a vivere l’emozione della fotografia analogica, dell’attesa dello sviluppo della pellicola che ti porta a vedere le fotografie a distanza di giorni da quando le hai realizzate. Un vecchio/nuovo approccio per provare a ritornare alla fase pura e più emozionale di quella passione per la fotografia che mi ha portato a intraprendere una professione meravigliosa ma anche complessa e faticosa.

La serie di fotografie qui esposte rappresenta proprio un cammino casuale durante il quale mi sono imbattuto in alcuni dei luoghi che fanno parte della mia vita, della mia esperienza del mio intimo rapporto con la fotografia. L’analogico e soprattutto l’utilizzo di un formato particolare, come il medio formato panoramico della Fuji 617, mi hanno imposto un approccio più riflessivo, una ricerca rilassata di alcuni soggetti che rappresentassero intimamente, e forse solo per me, un’emozione da fissare sulla pellicola.

Nelle mie passeggiate a vagare per le strade di Palermo o nelle campagne Iblee ho pensato spesso al punctum di Roland Barthes e queste fotografie rappresentano delle singole emozioni che mi hanno punto, mi hanno colpito, che hanno lasciato un segno, hanno smosso dei ricordi, dei sentimenti forse sopiti e in attesa di essere risvegliati. Emozioni assolutamente personali e che non devono necessariamente essere condivise dai visitatori ma più semplicemente potrebbero essere utili per conoscere meglio l’autore o per stimolare domande e intime riflessioni a ciascun visitatore.

E come in un continuo dualismo perfetto il punctum, potrebbe anche essere considerato nell’accezione più comune della frase “punto e a capo”, ovvero proprio per definire una mia personale nuova fase di vita, un nuovo percorso che so da dove parte ma non so ancora dove finirà.

 

Mostra Siracusa

Mostra Alfedena

Fondaci Palazzo De Amicis

27 luglio 1 settembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Godranopoli

 

Godranopoli

Museo Etnoantropologico di Godrano

Fotografie di Tony Gentile  –  testi di Francesco Carbone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agrigento non solo templi

 

 

Agrigento non solo templi

fotografie di Tony Gentile   –   testi di Biagio Alessi

Itinerari artistici della Provincia di Agrigento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la guerra – una storia siciliana

la guerra – una storia siciliana

Fotografie di Tony Gentile con un racconto di Davide Enia

A cura di Giuseppe Prode

 

 

Fotografia e Memoria, queste le colonne portanti del libro. Reportage di Tony Gentile, che racconta il quotidiano di una città, Palermo e di un’isola piena di contraddizioni: vita di strada, politica, omicidi, fino alla testimonianza diretta e inconsapevole di una guerra non dichiarata. Ma anche di una vita che scorre colta nei momenti più diversi, intimi e divertenti.

In parallelo alle fotografie di Tony Gentile, un racconto di Davide Enia accompagna – passo dopo passo – lo scorrere di una città e dei suoi abitanti che dal 1989 al 1996 hanno vissuto una realtà di sconvolgimenti politici, di violenza e di stragi mafiose, ma anche di reazione e rabbia della società civile e dello Stato contro la straripante violenza. I fotogrammi, messi insieme uno dopo l’altro a distanza di 25 anni, ricostruiscono un piccolo frammento di storia del nostro Paese.

Fotografia e Memoria in questo libro permetteranno alle nuove generazioni di conoscere attraverso questo racconto, fatti e        personaggi dei quali forse non si ha più ricordo e la cui conoscenza dovrebbe essere corredo fondamentale per un giovane e la sua crescita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edizione Italiana                                                                           Copertina bianca                                                                          Edizione Inglese

 

 

 

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Foto singola Vergine Maria

Palermo 1992 - borgata marinara Vergine Maria

Sicily 90 Collection

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