Tony Gentile

Foto singola Salto

Palermo 1992 - quartiere Kalsa

Sicily 90 Collection

Stampa ai sali d’argento formato 18×24€ 200,00
   
Stampa ai sali d’argento formato 24×30€ 350,00
   
Stampa ai sali d’argento formato 30×40€ 500,00

Foto singola Falcone e Borsellino

Palermo 1992
Falcone e Borsellino

Sicily 90 Collection

Stampa ai sali d’argento formato 18×24€ 300,00
   
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Stampa ai sali d’argento formato 30×40€ 600,00

Orvieto Fotografia

Orvieto fotografia

16^ Festival
Internazionale della
Fotografia, Video e
Comunicazione Visiva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Focara

La Focara

L’Italia è un paese con una grandissima ed antichissima storia e ogni singola regione dell’Italia, da nord a sud, da est ad ovest, ha un passato unico, ricco di cultura .

Questo la rende un mosaico le cui tessere sono rappresentate da un’infinità di tradizioni popolari, a volte simili, a volte uniche nel loro genere ma che si susseguono stagione dopo stagione.
Uno dei primi appuntamenti dell’anno è proprio una festa religiosa ma che ha anche una forte caratterizzazione pagana legata, secondo alcuni, al mito di Prometeo e al fuoco o, secondo altri affonda le sue radici, più semplicemente, in una antica cultura popolare connessa al mondo contadino.
A Novoli, in Salento, nel sud dell’Italia il 17 gennaio si festeggia l santo Patrono Sant’Antonio Abate, uno dei santi più venerati al mondo, il santo Anacoreta nato in Egitto e protettore degli animali. Per più di un mese, in preparazione della festa, un intero paese, uomini, donne, anziani e bambini si mobilita per realizzare una tradizione particolare che ha assunto, in questa piccola cittadina della Puglia, un carattere di unicità e di grandiosità allo stesso tempo.
Da più di 100 anni infatti i Novolesi, per manifestare la loro devozione al Santo, realizzano la Fòcara, una grandissima pila di legno che viene data alle fiamme con sfarzosissimi giochi di fuoco, di luci e di colori.

 

 

 

 

© Tony Gentile Photographer – all rights reserved

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Landscapes

landscapes

A volte senti il bisogno di guardare il mondo in modo diverso

 

 

Naples, between saints and superstition

Naples, between saints and superstition

"Being superstitious is a sign of ignorance, but not being superstitious brings bad luck." This celebrated saying by the Italian actor and playwright Eduardo De Filippo encapsulates the spirit of his native Naples, a city rife with contradictions where religion and superstition live comfortably side-by-side.

 

This duality can be seen as soon as you jump in a cab in
this southern port city. Nine times out of 10 a wooden rosary cross will be lying on the dashboard, while a red “cornicello”, or little horn, will be dangling from the mirror. The gently twisted amulet wards off the evil eye and is a must-have accessory on Naples’ chaotic, narrow streets. The alleys of the old town are full of shops selling horns of all sizes and for any pocket, sometimes becoming works of art in their own right. Often, in the same store window, you will see busts on sale of the patron saint of Naples — San Gennaro. Gennaro was believed to have been beheaded by Roman pagans for sheltering Christians during a fourth century purge. Legend has it that when he died, a Neapolitan woman soaked up his blood with a sponge and preserved it in a glass phial.
In the most obvious marriage of ancient superstition and Roman Catholic ritual in Naples, thousands of faithful gather three times a year to see if the dried blood liquifies, with a small group of women, called “the relatives of San Gennaro”, reciting long litanies in local dialect to invoke the “miracle”. First recorded in 1389, the miracle of liquefaction almost always happens, but very occasionally the blood doesn’t stir, striking fear into the heart of the city. Disaster has struck on at least five such occasions, including in November 1980 when some 3,000 people died in an earthquake that struck southern Italy. The relationship between saints and superstition is also deeply entrenched in the streets of the old Spanish Quarter, where every year thousands of women make a pilgrimage to the house of Santa Maria Francesca — Naples’ only female saint. A nun signals to the women to sit on a wooden chair that once belonged to the saint and is believed to have magical fertility powers that will facilitate much-wanted pregnancies. After the pilgrim gets up from the chair, the nun touches her belly with a reliquary containing a lock of hair and bone shards from the 18th century saint. The walls of the apartment are covered with baby trinkets — small offerings of thanks from women whose prayers for children were answered. While the cult of Santa Maria Francesca focuses on births, Naples also embraces the cult of the dead, nowhere more so than in the Fontanelle cemetery, an ancient tufa quarry which offers a last resting place for the skulls and bones of thousands of anonymous victims of the plague, popular revolt and famine.
The man-made caves became a makeshift burial ground in 1656 when a virulent outbreak of the plague ravaged the region and rapidly filled all the established, consecrated graveyards. It remained a dumping place for bodies and bones for the next two centuries, but in 1872, a Catholic prelate, Father Gaetano Barbati, started to catalogue and order the remains, encouraging others to help him with the Herculean task. And so began the cult of the “abandoned souls”, with local women adopting the unidentified skulls, adorning them with gifts, flowers and even names that allegedly came to the guardians of the dead in their dreams. In return, the devotees asked for favours and fortune, swiftly discarding skulls that brought no luck. The hunt for good fortune and divine protection pervades the city, hence the proliferation of votive shrines that dot the streets, showing all kinds of saints and madonna.
Some are ancient, some modern. Predictably, some mix the sacred and the profane, such as a tiny shrine in the Spanish Quarter where the face of Christ strongly resembles the Scudetto soccer trophy that the city team, Napoli, won in 1987 and 1990. That Napoli side included the Argentinian soccer great Diego Armando Maradona, who is still revered by Neapolitans for having inspired their team to its sole two Serie A triumphs. Pictures of the stocky Argentinian are stuck to walls and shop windows throughout Naples alongside more traditional images of saints — a modern day miracle worker in a city always eager to look for evidence of the hand of God.

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Sicilia anni 90

Sicilia anni 90

Ho cominciato a fotografare a Palermo, la mia città di nascita, e scattare per il news è stato quasi un percorso naturale, a quei tempi, e sto parlando dei primi anni '90, a Palermo non mancavano di certo le notizie di rilievo.

“Appunti veloci di indirizzi ed orari, luoghi da raggiungere subito, fotografie rapide, sviluppi e fissaggi sommari, il quotidiano non può attendere. La giornata del giovane reporter è scandita da telefonate e spostamenti rapidi in moto, conferenze stampa, omicidi, commemorazioni, arresti. E’ la palermo degli anni ’90. Il fotografo di cronaca ha il dovere di riportare, ogni giorno, la notizia, di documentare il fatto, di guardare l’accaduto con gli occhi del lettore, di semplificare, egli deve trovarsi tra decine di altri colleghi fotografi nella posizione migliore e realizzare l’immagine giusta, efficace, quella che verrà scelta e pubblicata”

Da Agenda, cose da fare. Di Simona Filippini

 

 

Cara Mineo

CARA Mineo

Come molti giovani in Italia, questi calciatori dilettanti della piccola cittadina siciliana di Mineo sognano la celebrità sul campo. Ma per questo gruppo essere arrivati ​​fin qui è già un traguardo.

African migrants members of the "CARA Mineo" soccer team attend a training session in the immigration centre near the Sicilian village of Mineo

L’ASD Mineo, come viene chiamata la loro squadra, è composta da migranti africani che hanno rischiato la vita per attraversare il Mediterraneo nella speranza di trovare asilo, un viaggio che ha ucciso molti loro compagni in naufragi.

La loro squadra, la prima di questo genere in Italia, è stata creata e fondata da un dirigente del centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, uno dei più grossi centri di accoglienza d’Europa che ospita 4.000 migranti provenienti da 40 nazioni.

 

 

Mostra Pordenone

Pordenone – Spazi Espositivi di Corso Garibaldi

dicembre 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando non c’era lo smartphone

quando non c'era lo smartphone

1993, domenica, esterno giorno.

Segesta è sempre stata una meta particolare, dove è bello trascorrere qualche ora in totale relax all’ombra delle colonne doriche del Tempio Grande. E’ così che ricordo quel pomeriggio di fine settembre in cui decisi di andare a riposarmi e chissà, non si sa mai, scattare qualche fotografia.

Ad un tratto, mentre mi godo il rosso del tramonto che radente illumina metà del tempio, nonostante la giornata fosse abbastanza nuvolosa, mi imbatto in un giovane giapponese che armeggia con una piccola fotocamera, la monta su un treppiedi d’altri tempi e comincia ad osservare il sole coprendosi con un cartoncino. Ma che vuole fare, pensai in un primo momento e mi misi da una parte ad osservarlo. Ma osservarlo non bastava, anche io avevo la mia macchina fotografica e mi piaceva. Mi piaceva la luce, mi piaceva il suo stile, il suo gesto. E aspettavo e fotografavo. Ad un tratto appena la luce era quella che lui desiderava, non appena gli ultimi raggi di sole di quel tramonto si fecero spazio tra le nuvole lui azionò qualcosa sulla macchina fotografica, si piazzò velocemente davanti la fotocamera e aspettò il clic. Autoscatto, ecco cosa stava aspettando. Doveva farsi un ritratto, un autoscatto davanti al tempio grande e per questo aveva aspettato pazientemente la luce giusta come dovrebbe fare ogni buon fotografo.

Quel giorno cominciò per me un percorso, quell’uomo mi stimolò una curiosità: ma cosa spinge la gente a fotografare, i turisti a scendere da un bus tutti compatti, impugnare le loro macchinette e scattare tutti contemporanemente quasi la steffa foto di un tempio, di una chiesa, di un tramonto; cosa spinge un anziano a fotografare da anni la stessa festa popolare con la sua vecchia instamatic.

 

 

Da quel momento ho iniziato a scattare foto di gente che fotografa, nelle situazioni più svariate. Turisti per lo più, ma anche fotografi, mamme e studenti. Insomma tutti.

 

 

Erano solo i primi anni 90 e, nonostante già comparivano i primi telefoni cellulari che non potevano proprio essere definiti portatili, nessuno di noi mortali avrebbe mai potuto immaginare come sarebbe cambiato il mondo dei telefonini e della fotografia.

Negli anni questa attrazione per la gente che fotografa non mi ha mai lasciato e anche oggi, quando posso cerco di raccontare il cambiamento al punto da scoprire (ma era facile per tutti) che sono diminuite le macchine fotografiche e che hanno lasciato il posto agli smartphone.

 

 

Dire che oggi è più difficile fotografare e che gli smartphone costituiscono un problema per i fotografi professionisti è molto vero ma soprattutto perchè ci impediscono fisicamente di fotografare, di vedere la scena a volte e sono sempre più aggressivi con l’uso di aste di ogni genere e di ogni altezza. Questo è veramente un problema, per il resto non credo che la professione del fotogiornalista finirà a causa o per colpa della diffusione degli smartphone o per la concorrenza della gente che fotografa ogni cosa. Rischia di finire per altre ragioni ma questo è un discorso abbastamza complesso da affrontare in questo luogo.

 

 

Differente è invece la riflessione che andrebbe fatta sul modo di fotografarsi, e qui ritorna in ballo il mio giapponesino davanti il tempio di Segesta, l’origine di tutto direi.

L’autoscatto di una volta, riflessivo, ponderato e centellinato è stato barbaramente ucciso dal selfie, dalla mania del selfie, dall’ossessione di riprendersi, di esserci, di apparire, sempre e ovunque.

 

 

Un novello narcisismo che ci sta divorando sempre di più e per il quale non riesco ad immaginare una fine.

Certamente è un segno del cambiamento dei tempi e della cultura dei popoli ma forse anche segno della perdita di alcuni valori o di sentimenti che una volta si preferiva o si tendeva a tenere conservati nella propria intimità, nella propria memoria, pronti per essere raccontati nelle serate agli amici più cari.

 

 

Adesso invece anche il selfie ci ha tolto la possibilità di parlare, bisogna solo vedere. Far vedere le proprie gesta, gli incontri importanti. Tutte cose che sono diventate decisamente più importanti da vedere piuttosto che da raccontare. Quasi come se il mondo fosse improvvisamente diventato diffidente, come se la gente non volesse più credere alle parole degli altri ma avesse bisogno solo di vedere, di avere prove fotografiche per credere nel prossimo.

 

 

Certamente tutti elementi da mettere in mano ad un buon strizzacervelli, lui sicuramente sarebbe in grado di spiegarceli.

Dopo essersi fatto un bel selfie magari.

 

Ho incontrato grandi uomini

ho incontrato grandi uomini

“Forse alla fine tutto si riduce a un bivio: se c’e’ una persona che sta affogando nel mare io chi sono? Quello che si tuffa, anche a rischio della propria vita, o colui che, terrorizzato dalla morte, rimane aggrappato alla terra ferma.” Da Appunti per un naufragio di Davide Enia.

Certamente questa domanda, che si pone e ci pone Davide, non ha una risposta facile. E’ molto difficile stabilire quella sottile linea di confine che separa il legittimo terrore per la morte o la paura del diverso dal razzismo.

Ma per provare a comprendere veramente le cose a volte bisogna farle praticamente e per provare a criticare l’operato delle ONG, che ogni giorno salvano dalla morte sicura centinaia di bambini, donne e uomini bisognerebbe almeno una volta nella vita rispondere veramente alla domanda di Davide. Bisognerebbe almeno per una volta nella vita trovarsi, per settimane, in mezzo al mare e provare sulla propria pelle, bruciata dal sole o dal freddo, quelle sensazioni che inevitabilmente portano alle domande di Davide.

Certo non e’ facile, immaginate mia nonna su un gommone a cercare di recuperare dal mare un uomo. Beh io non sarei contento se mi trovassi al posto di quell’uomo.

Ma il mestiere del fotogiornalista, almeno in questo, mi viene incontro. Io nell’arco della mia vita professionale mi sono trovato davanti tante situazioni alcune belle, altre brutte, ma tutte mi hanno lasciato dentro qualcosa, un’esperienza, una conoscenza o di storie e di persone, di esseri “Umani”.

Ed ancora una volta questo e’ successo.

Qualche settimana fa infatti mi sono imbarcato con una ONG che effettua il servizio di search and rescue nel mediterraneo, una di quelle ONG che nei mesi scorsi hanno subìto un tentativo di linciaggio mediatico, e un attacco frontale anche da ambienti governativi. Ma non e’ di politica che voglio parlare. Non del brutto ma del bello voglio parlare.

Voglio parlare di Max, Bax, Magdalene, Benedetta, Margherita, Marcel, Stefano ecc ecc. Di uomini e donne che non avrebbero dubbi sulla risposta da dare a Davide. Di uomini e donne che, giornalmente e senza sosta, mettono a rischio la propria vita, la propria salute per salvare questi figli dalle ondate di un buio mare (Pane e coraggio – Ivano Fossati).

Uomini e donne che hanno una professionalita’ strabiliante e la mettono a disposizione del prossimo, di chi ha bisogno di aiuto anche se non puo’ restituire nulla in cambio se non la loro umanita’, la loro gioia di vita che esplode, come una tappo di una bottiglia di spumante, subito dopo essere stati salvati.

Questa gente io ho incontrato, non ho incontrato trafficanti di uomini ma UOMINI, punto.

Mostra Gazoldo degli Ippoliti

Gazoldo degli Ippoliti – Museo d’arte Moderna

settembre 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mostra Bologna

Bologna  piazza coperta di Sala Borsa

Settembre 2017